10/04/2008, ore 20:25

La campagna elettorale italiana volge al termine, venerdì arriveranno i tradizionali appelli al voto per Tizio, Per Caio, per Sempronio, oppure contro Tizio, contro Caio, contro Sempronio. Credo sia giusto perciò anche da parte mia proporre a tutti un invito al voto. Al voto “utile”.
Innanzitutto occorre fare chiarezza. Il voto “utile” non è quello del quale hanno parlato – straparlato – in queste ultime settimane molti partitici italiani. O meglio, quello del quale hanno parlato è il voto “utile per loro”. Non certo per i cittadini, non certo per la Democrazia, non certo per l’Italia.
I partitici nazionalpopolari hanno cercato di convincerci – avvallati da una stampa uniformemente schierata su questa posizione che vede ovviamente allineati i “grandi avversari”, ma sarebbe meglio dire i grandi alleati - che il voto “utile” sia solo quello dato ad uno dei due partiti egemoni, Partito democratico di Veltroni e Partito delle libertà. Una volgarità mostruosa.
Qualunque voto, anche quello nullo, anche la scheda bianca, anche il non voto, è sempre un voto UTILE. Lo è sempre quando è dato dopo che ciascuno ha guardato dentro di sé ed ha ascoltato la propria coscienza, il proprio cuore, i propri ideali. Non è mai “utile” invece quel voto dato ascoltando le sirene estranee a noi, dato “contro” invece che “pro”. Guarda caso proprio come i partitici nazionalpopolari chiedono invece di votare.
Perciò, scegliete con calma tra le varie opzioni: voto, non voto, scheda bianca, scheda nulla – anche l’annullamento della tessera elettorale, se pensato con l’intenzione di dare un segnale di forte protesta ai partitici nazionalpopolari, è una possibilità. Qualunque opzione vi venga suggerita da qualcuno sarà quella sbagliata, sarà un voto inutile. Qualunque opzione esca dalla vostra coscienza e dal vostro cuore, oltre che dai vostri ideali, sarà quella giusta, sarà un voto UTILE.

22/08/2007, ore 16:24

Nella storia del calcio mondiale molte squadre hanno visto aggiungere al proprio nome un aggettivo che ne descrivesse le caratteristiche, ci sono stati gli invincibili, i galacticos, gli irriducibili. E via discorrendo. Solo una squadra ha però potuto fregiarsi, in due momenti differenti della propria gloriosa storia, di due locuzioni inarrivabili: la squadra che tremare il mondo fa e la squadra che così si gioca solo in Paradiso. Il Bologna.
Il Bologna che giocava come in Paradiso è stato quello di Fulvio Bernardini, dell’ultimo scudetto, datato 1964 – dopo uno spareggio con la squadra che portò il doping nel calcio italiano, l’Inter. Il Bologna che faceva tremare il mondo era invece quello di un altro grande tecnico, Arpad Weisz, negli anni Trenta. Presidente di entrambe le formazioni fu sempre Renato Dall’Ara, al quale è intitolato, dallo stesso 1964, lo stadio felsineo.
La storia di Arpad Weisz è stata cancellata dalla memoria calcistica italiana, un po’ per quell’atavica passione italica di rimuovere dai propri ricordi i vincenti non allineati con il sistema, un po’ per la necessità di dimenticare le colpe di una dittatura che ha portato solo lutti ed infamie, quella fascista, specie dopo l’alleanza con l’altra iattura europea novecentesca, il nazismo. Weisz e la sua famiglia furono infatti vittime dello sterminio hitleriano, voluto da chi si definì unto del Signore e decise che vi erano uomini migliori e uomini indegni di vivere. A recuperarla, scavando tra i ricordi di chi è sopravvissuto a quell’epoca e spulciando tra i documenti sparsi ci ha pensato Matteo Marani, giornalista.  Dallo scudetto ad Auschwitz, vita e morte di Arpad Weisz, allenatore ebreo. Il più grande della sua epoca.
Nato a Solt, non lontano da Budapest,  nel 1896, Arpad Weisz arriva in Italia come calciatore nel 1924, al Padova. Un infortunio ne interrompe presto la carriera, trasformandolo in allenatore. Iniziò nel 1926 all’Inter, squadra con la quale vinse nel 1929-30 il primo scudetto a girone unico italiano, grazie alle reti di un 17enne scovato nelle giovanili e gettato in prima squadra: Giuseppe Meazza. Un altro suo giocatore e allievo – i casi della vita – fu lo stesso Bernardini.
In questi anni Weisz dà alle stampe anche un libro, Il giuoco del calcio, scritto assieme a Aldo Molinari, con una prefazione dell’allora allenatore della nazionale azzurra Vittorio Pozzo. E’ un manuale che precorre i tempi, come sempre quando si tratta di Weisz.  Si parla di norme tecniche, di ruoli in campo,  di metodologia di allenamento. Del resto il magiaro  oltre ad aver vissuto la scuola danubiana ha viaggiato molto, confrontandosi con le realtà di Argentina e Uruguay, prima di arrivare in Italia. E’ un precursore ed i risultati sul campo sono dalla sua parte, ovunque.
Nel gennaio 1935 Weisz si trasferisce a Bologna. E’ l’epoca della Juventus, che vince cinque scudetti di fila, l’ultimo proprio in quella stagione. L’anno dopo, infatti, l’egemonia viene interrotta dai rossoblu dell’ungherese.  E l’anno successivo, sarà bis. Poi, c’è il Trofeo dell’Esposizione, a Parigi – una sorta di Coppa dei Campioni ante litteram. Il Bologna non conosce ostacoli e si aggiudica la coppa, sconfiggendo in finale il Chelsea per 4-1. Una vittoria sui maestri inglesi che non ha eguali: è la più grande partita gestita dall’ungherese. Un inno al calcio, una summa di ciò che è l’arte tattica.  E’ anche l’ultima gloria bolognese. Nella stagione 38/39 sulla panchina felsinea Weisz rimarrà solo per le prime partite, poi sarà costretto a lasciare. Cacciato dalle leggi razziste volute da Mussolini.
Quattro anni dopo esservi arrivato, nel gennaio 1939 Weisz è costretto a lasciare Bologna, a cercare rifugio altrove. Con la moglie Elena, i figli Roberto e Clara. La prima tappa della fuga per la vita è Parigi. Pochi mesi, senza che arrivi la possibilità di allenare. Poi, il trasferimento in Olanda, chiamato a guidare una sconosciuta squadra di periferia. Per chi è stato sul tetto d’Europa non è un’infamia, ma solo l’occasione per ripartire, nel calcio e nella vita. E così nell’aprile 1939 la famiglia Weisz approda a Dordrecht.
Il Dordrechtschte football club, o Dfc, è una delle più antiche società olandesi, con un palmares però impalpabile – oggi milita in seconda divisione. All’arrivo di Weisz il Dfc è in lotta per la salvezza. Che arriva, dopo uno spareggio. L’anno dopo arriva un quinto posto – record tutt’ora imbattuto per la società – con successi di qualità contro il Feyenoord poi campione e lo Sparta Rotterdam. Nel maggio 1940 i tedeschi occupano l’Olanda. Weisz continua ad allenare il Dfc, ma attorno a lui il cerchio imposto dalla pazzia di un imbrattatele austriaco si stringe sempre di più. La squadra conquista ancora il quinto posto in campionato.  Poi, il 29 settembre 1941, gli occupanti decidono che Weisz non può più allenare. E togliere il calcio ad Arpad Weisz, il più grande allenatore della sua epoca, equivale a togliergli la vita. L’infamia nazista continua.
La famiglia Weisz vive gli ultimi mesi grazie all’amicizia degli abitanti di Dordrecht, a cominciare dal presidente del Dfc. Non ci sono soldi a sufficienza però per emigrare. Si è costretti ad attendere.  Alle prime luci dell’alba del 2 agosto 1942 l’attesa finisce, i nazisti entrano in casa ed arrestano i quattro membri della famiglia Weisz. Prima tappa, il campo di lavoro di Westerbork, dove rimangono sino al 2 ottobre, quando salgono su un nuovo treno. L’ultimo.
Il giorno dopo a Cosel avviene la prima selezione. Gli uomini abili al lavoro di qua, gli altri di là, sul treno per Birkenau. Arpad Weisz di qua. Elena, Roberto e Clara di là. Senza dirsi addio. Il treno entra ad Auschwitz il 5 ottobre, l’ultimo nella vita di Elena Rechnitzer Weisz, 34 anni, di Roberto Weisz, 12 anni, di Clara Weisz, 8 anni. Arpad Weisz è sceso a Cosel, per lavorare nei campi dell’Alta Slesia. Il suo fisico sportivo lo aiuta – ma è davvero questo il termine corretto? – sino al 1944. Non c’è in lui più nulla dell’uomo che era, dell’allenatore più grande dell’epoca. I nazisti non hanno mai risparmiato nessuno, non Sindelar, non Freud, non Weisz. Gli unici con sangue ebreo risparmiati sono stati Adolf Hitler ed Eva Braun. Gli sterminatori, insomma. Tutti gli altri, a morire.
Anche Arpad Weisz, che da quel 3 ottobre 1942 non ha più alcuna ragione di vivere. Sulla terra Arpad Wiesz non ha più legami. Non ha ragioni per continuare a lottare. Il corpo è stato più ostinato di lui, di tutto. Ma stamattina non ha risposto all’appello delle guardie. Non si è fatto trovare sull’attenti nella fila per cinque, che divide da un anno e mezzo con gli altri reclusi.
Finalmente il triplice fischio finale.
E’ il 31 gennaio 1944.

10/05/2007, ore 18:09

Istanbul non ne voleva sapere dell’inverno. La temperatura era ancora mite. Allah, al secolo Muhammad el-Averroè, si era alzato presto. […] La data di nascita che appariva sul passaporto turco era il 1945. […] Sono un Dio di pace, accidenti, si ripeteva spesso. Non ho indicato il dialogo come via privilegiata? Nel Corano non c’è scritto chiama al sentiero del tuo Signore con la saggezza e la buona parola e discuti con i miscredenti nella maniera migliore?. […] Poteva disporre di 99 nomi. Era indeciso fra Al-‘Alîm – il Sapiente – e Al-‘Adil – il Giusto -,ma preferì Muhammad, lo stesso dell’uomo semplice e buono che si era scelto come Profeta. […] Di professione il signor el-Averroè faceva l’intermediario finanziario.
[…]
In effetti Ibn Rush – detto Averroè – era stato il più importante studioso di Aristotele nel mondo arabo, spiego Allah. Nato a Cordova, nel 1126, morì in Marocco, a Marrakech, nel 1198. Scrisse molti libri, in particolare un trattato che proponeva un’alleanza tra filosofia e religione. Per certi versi fu un rivoluzionario, anche perché sosteneva che i sacri testi possono essere interpretati in modo diverso – e legittimo – dai filosofi, dai teologi, dai profani. Il poliedrico Averroè – fu filosofo, medico, giurista – venne apprezzato da cristiani ed ebrei, ma poco seguito dai musulmani. (Francesco Antonioli - La cena dei potenti)

10/05/2007, ore 18:05

Anche a New York quel mattino faceva freddo. E Abraham Rashi – il nome con cui viveva sotto mentite spoglie Jahvè, l’impronunciabile Tetragramma YHWH – come tutti i giorni alzava la saracinesche elettriche della sua galleria d’arte. […] E Jahvè si era scelto quel nome – Abraham, cioè il progenitori del popolo d’Israele -, così ricco nella storia dell’ebraismo, proprio perché Abramo fu il primo nella storia a spezzare il filo dell’idolatria, il culto posticcio di tante divinità, per intuire la presenza del Dio unico, nel quale riconoscere il vero Creatore. […] Sulla carta d’identità il 1945 risultava la data di nascita anche per Rashi. Dachau, Birkenau, Auschwitz: sono nomi che provocavano ancora in lui un tremore fisico, uno smarrimento esistenziale. Lo contrariava cedere a questi sentimenti umani. Ma era scattato in lui un prepotente senso di colpa per non essere riuscito a impedire la Shoah, la devastazione, il genocidio di un popolo.
[…]
Rashi – acronimo di Rabbi Shlomo ben Ytschaq, nato a Troyes nel 1040 e scomparso nel 1105 – fu il commentatore ebreo per eccellenza. Né filosofo, né mistico, era un uomo di Dio e della Torah. I suoi testi divennero subito un punto di riferimento del giudaismo. Un grande maestro, insomma, e anche per gli studiosi e i teologi della tradizione cristiana. (Francesco Antonioli - La cena dei potenti)

10/05/2007, ore 18:03

Dio abitava a Parigi. Nascosto. All’anagrafe era registrato come François Beckett, classe 1945. […] Viveva come insegnante di liceo, docente di materie letterarie. […] Non era un caso che sulla carta d’identità risultasse quella data di nascita. Aveva deciso di sparire dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale. E’ stato scritto che quelle atrocità non avrebbero più consentito al nostro mondo di essere più lo stesso Ebbene, pur vivendo nell’altro mondo, persino in lui simili barbarie avevano scardinato la tempra eterna. Non era soltanto questione di pazienza persa con gli uomini. Troppa sofferenza, troppo male: male assoluto. Anche per chi aveva sacrificato un figlio alla causa. Lui, l’Onnipotente, si sentiva prigioniero di un dolore immenso. Come solo un padre può provare. Nei panni di Dio, d’altronde, non ci si raccapezzava più. […] François significa nato in Francia. Ma, soprattutto, è il nome del povero di Assisi, il santo degli umili. Un gigante dello spirito. Una figura amata non solo dalla cristianità, ma da tutte le religioni.
[…]
E Beckett? […] Che dire di Beckett? Il grande drammaturgo e narratore irlandese scomparso a Parigi proprio nell’anno in cui è caduto il muro di Berlino? Lo ammetto, sapevo che avrebbe scritto Aspettando Godot. […] Mi aveva affascinato quella sua bravura nel penetrare l’assurdo, le domande dell’umanità sofferente. (Francesco Antonioli - La cena dei potenti)

08/02/2007, ore 00:36

A vederlo da fuori, il rugby è Sei Nazioni, cioè Storia. E’ Francia, Galles, Inghilterra, Irlanda, Italia, Scozia – in rigoroso ordine alfabetico. E’ Stade de France a Parigi, è Twickenham a Londra – dove come entri in campo sei già sotto di dieci punti, come dicono i francesi – è Millennium a Cardiff – quello che ha la copertura mobile affinché anche Dio possa vedere i Dragoni rossi andare in meta - è Murrayfield a Edimburgo – il suono lamentoso delle cornamuse e sull’erba di Murrayfield soffia il vento freddo delle Highlands, come descrisse Paolo Rosi – è Lansdowne Road a Dublino – il più vecchio stadio, tutto in legno – è Flaminio a Roma – in rigoroso ordine di capienza. E’ il pubblico che canta come un sol uomo – giocatori compresi - gli inni nazionali (God save the Queen per gli inglesi, Mae hen wlad fy nhadau per i gallesi, Ireland’s call per la nazionale irlandese – perché il rugby è l’unico momento che vede assieme tutta l’Irlanda, protestanti e cattolici fianco a fianco - Flower of Scotland per gli scozzesi, La marseillaise per i francesi, Fratelli d’Italia per gli italiani).
A vederlo da fuori, il rugby è – anche, ma non solo - Angus Buchanan, scozzese – autore della prima meta internazionale – è William Bolton, inglese – l’uomo che acquistò, e quindi inventò, il Cucchiaio di legno, per chi al Sei Nazioni perde e basta –è Jehoida Hodges, gallese – il primo, e per sessant’anni l’unico, a siglare tre mete in un match – è Jerry Shea, gallese – il primo, e per trent’anni l’unico, a realizzare la full house: meta, trasformazione, calcio e drop, in un’unica partita – è Vivian Jenkins, gallese – il primo estremo ad andare in meta dopo un coast to coast – è Jean Prat, francese, semplicemente Monsieur Rugby, è Pierre Albaladejo, francese, Monsieur Drop, è Gareth Edwards, gallese – che a Cardiff segnò quella che viene giudicata la meta più bella nella storia del rugby. Due minuti e 25 secondi dall’inizio della partita: 90 metri di corsa, sei passaggi, 23 secondi di azione (Marco Pastonesi e Ettore Pessina, Il 6 Nazioni) – è John Peter Rhys, gallese – l’unico che non abbia mai perso contro l’Inghilterra, e scusate se è poco - è Ray Gravell, gallese, il più forte placcatore della storia del rugby – uno che segue fedelmente il primo comandamento, devi placcare subito, anche se subito è troppo tardi - è Gavin Hasting, scozzese, - uno di quelli che, certi giorni, la butta dentro a occhi chiusi, e negli altri, per buttarla dentro, basta che gli occhi li apra, (Marco Pastonesi e Ettore Pessina, Il 6 Nazioni) – è John Leslie, scozzese - autore della meta più veloce, 9 secondi dall’inizio – è Massimo Giovannelli, italiano – il primo giocatore senza passaporto Great Britain ad essere eletto «most preminente player of the year», oh yes – è Diego Dominguez, italoargentino – che con un drop realizza i primi punti azzurri, nell’esordio al Sei Nazioni – è Ciccio De Carli, italiano – che realizza la prima meta italiana, nell’esordio al Sei Nazioni.
A vederlo da fuori, il rugby è anche Australia, Sud Africa, All Blacks – giusto per ricordare solo i più importanti XV al di sotto dell’Equatore - cioè l’altra metà del mondo ovale, quello che parla la voce del Tri Nations. Paesi di gente che vive e respira rugby 24 ore al giorno, anche quando dorme, ma solo perché di più non si può, di sterminati terreni di gioco che sorgono l’uno accanto all’altro – e spesso in prossimità delle scuole, ah, quanto da imparare.  Paesi di David Campese, Michael Lynagh, John Kirwan, Jonah Lomu, Craig Green, Keven Mealamu, Sitiveni Sivivatu, Neemia Tialata, Tana Umaga, Naas Botha, Jean De Villiers. E poi, c’è l’Haka, ma come fai a descriverla a qualcuno che non l’ha mai vista? Non si può. Quindici uomini – ma lo sono davvero? – completamente vestiti di nero che ti urlano in faccia: Ka mate, ka mate, ka ora, ka ora (E’ la morte, è la morte, è la vita, è la vita). E mentre gli All Blacks danzano questa poesia di guerra tu, chiunque tu sia, che fai? Preghi. Non c’è alternativa.
A vederlo da fuori, il rugby, viene voglia di provarlo da dentro. Perché così il terzo tempo si gode ancora meglio.


08/02/2007, ore 00:21

A vederlo da fuori, possibilmente con una birra in mano, è ovvio, il rugby è passione, emozione, spettacolo puro – quando si vince, è chiaro, sennò è pura imprecazione, contro qualunque cosa, pallone compreso, perché non si sa mai dove vada a finire quando rimbalza. Quindici guerrieri contro quindici guerrieri, e che si muovono sempre assieme, guai al pazzo che provi ad avventurarsi da solo in territorio nemico. Il rugby è antico, lento, è una guerra di prime, seconde e terze linee e fanterie contrapposte, guerra di trincee. Fanterie che marciano a conquistare la terra del nemico. A rugby conta solo il fattore terra: terra, non è come il calcio, il blitz, il contropiede, la guerra-lampo, roba elegante, da individuali. A rugby conta solo il gioco collettivo: terra da conquistare, linea dopo linea, fino all’ultima linea che, non a caso, a rugby si chiama meta (Marco Paolini, Aprile ’74 e 5).
A vederlo da fuori, il rugby è danza – pur se qualche volta quella degli ippopotami di disneyana memoria – ed è poesia, quasi mai in rima. Danza e poesia di palloni, certo, ma soprattutto di giocatori al suo inseguimento, danza e poesia di corpi accatastati gli uni sugli altri, tra mischie ordinate, maul, ruck o semplici – va beh si fa per dire – placcaggi. Danza e poesia di voli sulle ali – quelle che stanno lì al largo, che sembrano quasi spettatori in prima fila sino a quando l’ovale non gli cade per caso tra le braccia ed allora cominciano a correre, Dio come corrono - di finte e controfinte, di tuffi verso quell’ultima, maledetta, linea bianca.
A vederlo da fuori, il rugby sono quindici uomini contro quindici uomini – o forse, meglio, per usare le parole di John Saxton, un All Black e tanto basti, il rugby sono 14 uomini che lavorano insieme per dare al quindicesimo mezzo metro di vantaggio. Ci sono otto avanti, il pacchetto di mischia, la vera fanteria leggera, quella che spinge per conquistare il terreno misurandolo in centimetri, quella che è la prima linea d’attacco – e che a sua volta è divisa in prime linee, quelle che hanno la fronte contro la fronte dell’avversario, in secondo linee, quelle che hanno la propria fronte appoggiata al culo della propria prima linea e che sentono la fronte della terza linea che spinge là dietro. Ci sono due mediani, quelli che devono leggere la partita, che devono capire dove mandare l’ovale prima ancora che sia iniziata la mischia. Ci sono cinque trequarti, i cavalleggeri, che sono l’ultima difesa e l’arma in più per l’attacco, quelli che di solito perdono in un secondo l’ovale che la fanteria ha conquistato con il sudore della fronte in cinque minuti di guerra di muscoli, di gambe e braccia che spingono e si sospingono.

08/02/2007, ore 00:20

A vederlo da fuori, il rugby non sembrerebbe uno sport da gentiluomini, ma come sempre accade occorre diffidare delle impressioni, delle prime specialmente. Il rugby è lo sport dei gentiluomini, ma non perché sia nato in Inghilterra. Nel senso che è lo sport dei giocatori – e dei tifosi, che siedono in tribuna gli uni accanto agli altri, sempre, di qualunque partita si tratti, dalla serie C italiana al Sei Nazioni, alla Coppa del Mondo – leali, che rispettano l’avversario e l’arbitro – ed i tifosi avversari - che non amano mai chi è scorretto, neppure se appartiene alla propria squadra. E scusate se è poco, in un mondo che vorrebbe insegnarci invece l’arte della scorrettezza, a tutti i livelli.
A vederlo da fuori, il rugby sembrerebbe pure uno sport difficile, appesantito da regole impossibili. In realtà, le regole principali sono poche: il pallone, ovale, perché così non si sa mai dove vada a finire quando rimbalza, si gioca con le mani e si può passare, per avanzare sul campo, solo all’indietro, verso un proprio compagno – anche verso un avversario, volendo, ma di solito compagni, allenatore e pubblico non gradiscono questa eventualità; qualsiasi giocatore della squadra avversaria può placcare un giocatore in possesso dell’ovale, cioè del pallone, per provare a portarglielo via, o volendo anche solo per stenderlo a terra e vedere l’effetto che fa; la squadra in possesso dell’ovale deve cercare di attraversare il terreno di gioco per depositare il pallone stesso oltre la linea bianca laggiù in fondo, quella nascosta da quindici nerboruti che con ogni mezzo, non sempre lecito, cercano invece di impedirlo. Il resto, in fondo, è commento.

02/02/2007, ore 05:41

Birra e sport. Detta così, sembra un ossimoro. Eppure. Eppure esiste uno sport che fa decisamente rima con la parola birra: il rugby. Non solo per quella che bevono – prima, durante e dopo – i tifosi sugli spalti, su tutti gli spalti del mondo, ovviamente. Ma soprattutto per quella che bevono – dopo, di norma, ma esistono le giuste eccezioni – i giocatori stessi, assieme vincitori e vinti. E spesso pure l’arbitro. E scusate se è poco.
Storicamente è nata prima la birra, con qualche secolo di vantaggio. Poi, all’improvviso un’incoscienza. Siamo in Inghilterra, nel 1823, secondo la leggenda. Giorno e mese non si sa, ma quell’anno lì, il 1823, in un pomeriggio della seconda metà dell’anno, in una scuola del Warwickshire, i ragazzi stanno su un pratone, fra querce e aceri. Giocano. Due dei migliori giocatori scelgono 20 compagni, o forse di più, gli altri rimangono ai lati del campo. Poi, grandi pedate a una palla munita di cordicelle per le rimesse laterali, poche regole, gran casino. Obiettivo: spingere in qualche modo la palla vicino ai pali, a forma di H, e calciarla tra i pali e sopra la traversa. Finché “con grande disprezzo delle regole del football così com’era giocato a quell’epoca, prese il pallone fra le braccia e corse con quello, dando origine alla principale caratteristica del gioco del rugby”. Quel trasgressore si chiama William Webb Ellis. E il virgolettato è inciso su una lapide, proprio lì: a Rugby. Dove comincia questa lunga storia (Marco Pastonesi e Ettore Pessina - Il 6 Nazioni).
Il matrimonio tra birra e rugby fu poi questione di un attimo e diventò subito un vincolo indissolubile, che viene perpetuato di partita in partita, di terzo tempo in terzo tempo. Perché, due sono i tempi che si giocano sul campo, quindici contro quindici. Ma poi c’è il terzo, quello che si gioca al pub – od alla club house, dove c’è – tutti assieme, o forse meglio, tutti contro tutti. Ed è qui che si vedono i veri rugbisti, perché, per dirla con le parole di Claudio Bisio, chi non beve birra con gli altri non è un vero rugbista.
Ovvio che non sia tutto qui, sarebbe troppo semplice.

01/02/2007, ore 01:12

Ho raccolto un po’ d’acqua fresca dalla pozzanghera e ho chiuso gli occhi per accomiatarmi da mio padre. Era lì, grande e allegro nella sua Buick luccicante; agile e forte come il Corsaro Nero. Mi diceva addio e sulla sua bocca non c’era la smorfia della morte ma un bacio che volava e si congelava in aria come una stella appena nata. Ho stretto forte gli occhi per trattenerla, per conservarla dentro di me e poi li ho spalancati per presentarmi di nuovo davanti al mondo.
La prima cosa che ho visto è stata la borsa con i resti della mia vita passata. C’era tutto lì dentro, i miei libri, le mie paure, il quaderno e gli amori che avevo avuto. Laggiù, contorto e solitario, bruciato dal fulmine, c’era il mio albero. Mi sono alzato e ho cominciato a correre. Avevo in petto una grande agitazione e il moscone ronzava con furia nella mia testa. Sono arrivato vicino a dei cespugli folti e sono riuscito a nascondermi in tempo per vedere il carro rimorchio della polizia allontanarsi trascinando la Mercedes.
Ho aspettato che fosse scomparso all’orizzonte per svuotare il caricatore vicino all’orecchio. Il rumore degli spari è rimasto sospeso in aria e poi è scomparso con un’eco distante. Ho messo via l’arma e con una silenziosa allegria mi sono avvicinato all’albero. In ginocchio, ho cominciato a scavare con le unghie, a smuovere fango e sassi fino a quando ho sentito il fruscio della plastica bagnata. Ho dovuto stendermi a prender fiato prima di proseguire. Il cielo cominciava ad aprirsi e in mezzo ai nuvolosi passavano i primi raggi di sole.
Ho scostato con attenzione le radici e le foglie secche, ho tirato fuori il sacchetto. Dentro mi aspettava, nero e impeccabile, il dischetto con il romanzo. Tutto ciò che avevo scritto su me e su mio padre era lì.
Bisognava soltanto aggiungere il finale. (Osvaldo Soriano - L’ora senz’ombra)

01/02/2007, ore 01:11

Mi incamminai sulle traversine, calcolando la distanza per non inciampare perché il terrapieno diventava sempre più alto. La pila faceva una luce gialla molto tenue, appena sufficiente per sentire la compagnia del gatto che camminava davanti a me. Proseguii per tutta la notte e quando alla fine cominciò ad albeggiare individuai le forme di un treno molto lungo che sporgeva sul binario morto di una biforcazione. Il segnale di partenza era abbassato e il semaforo era verde ma sulla locomotrice non vidi nessuno e i vagoni avevano le tendine abbassate. Spensi la pila e andai a vedere se per caso il macchinista non si fosse addormentato. Prima di salire battei le mani ma non ebbi risposta e nella cabina trovai solo diverse cavallette morte e un foglio di corsa agganciato al cruscotto. La partenza era prevista per le otto ma non diceva di quale giorno n conoscevo la data. Tirai la corda per far suonare il fischio come mi aveva detto il grosso e aspettai per vedere se arrivava qualcuno. L’unica cosa che si sentiva era il sibilo dell’aria che entrava dai vetri rotti. Scesi scivolando per il terrapieno e corsi verso la carrozza del capotreno ma era vuota anche quella. Il gatto saltò per salire e rimase a guardare gli arbusti secchi portati dal vento. Allontanai le erbacce che mi si erano arrotolate alle gambe, portai la borsa nell’ultimo vagone e aprii tutti i finestrini per far entrare il sole. Poi tirai fuori l’ultima birra e mi sedetti ad aspettare che il treno partisse. (Osvaldo Soriano - Un’ombra ben presto sarai)

01/02/2007, ore 01:10

In piedi sul ciglio della strada, il console si domandò cosa fare adesso che l’ultimo autobus era passato. Perché era sicuro che i comunisti non avrebbero lasciato partire nessun altro mezzo di trasporto con cui la gente potesse fuggire all’estero. Consegnare il denaro e tornare al consolato ad aspettare che O’Connell mantenesse la promessa di offrirgli l’aereo dell’Imperatore? In tal caso avrebbe rafforzato i rivoluzionari e quando fosse arrivato a Buenos Aires i militari l’avrebbero messo in carcere per complicità con la sovversione. Qualcosa gli diceva che da un momento all’altro su quella strada sarebbero sfilate le prime macchine che fuggivano dirette in Tanzania o in Uganda e non si sbagliava. Solo che nessuna sembrava disposta a fermarsi per caricarlo. Forse non aveva l’aspetto giusto per fare l’autostop a quell’ora, o forse nessuno era disposto a caricare una valigia in più nel portabagagli. Le macchine sfrecciavano zeppe a tutta velocità, senza accendere le luci perché i fuochi d’artificio non erano ancora cessati. Bertoldi nascose la valigia dietro un cespuglio e strinse sotto il braccio il pacchetto con le lettere di Daisy. Passarono ancora diverse macchine e anche un autobus fuori servizio, e siccome nessuno badava ai suoi gesti andò a piantarsi in mezzo alla carreggiata, con le braccia e le gambe aperte, calcolando la distanza per buttarsi da parte se il guidatore non avesse frenato in tempo. Di lì vide arrivare, tra le cunette della strada, una macchina che gli sembrava di conoscere da sempre perché ce n’era una sola così nel Bongwutsi. La Rolls rifrangeva sul suo emblema cromato i colori degli ultimi bengala che volavano sopra la città.
Bertoldi corse sul terrapieno e andò a nascondersi dietro il cespuglio dove c’era la valigia: aveva paura che l’inglese l’avesse visto issare la bandiera sull’asta dell’ambasciata. Rimase raggomitolato guardando a terra. Un po’ vergognoso. Aveva fatto il suo dovere di argentino, pensò, ma adesso era di nuovo un uomo solo, abbandonato, che doveva attraversare la frontiera a qualsiasi costo. Non gli restava molto tempo; mise la mano nella tasca dell’impermeabile mentre avanzava, diffidente, verso l’asfalto. Quando la Rolls apparve sulla cunetta a trenta metri, e riuscì a distinguere Mister Burnett al volante, si fermò sulla linea che segnava la mezzeria della strada e cominciò ad agitare il fazzoletto. (Osvaldo Soriano - La resa del leone)

25/01/2007, ore 00:10

Preghiera in gennaio

Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l'ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch'io
perché non c'è l'inferno
nel mondo del buon Dio.

Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all'odio e all'ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l'inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.
Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.
(Fabrizio De Andrè)

10/01/2007, ore 19:05

Mi presento a casa sua, gli sorrido, mi guarda come se guardasse una merda e torna a fissare la macchinetta che borbotta sul fornello. Nell'appartamento, il buon profumo di caffè a cui non ero più abituato.— Be', immaginavo un'altra accoglienza — dico. — Immaginavo un po' di calore. In fondo ci conosciamo da un bel po' e io ti stimo come si stima...
— Non raccontar balle, che non ti crede più nessuno. Mi sei stato fra i piedi, mi hai tormentato con la tua presenza quando non servivi. Al momento buono, sparito!
— Non me la sentivo di assistere alla tua fine e se anche fossi restato, non sarebbe cambiato nulla.
— Quanto alla stima... Sei stato con me solo perché ti facevo comodo. Quando hai creduto che non ti servissi più, mi hai messo nei guai e hai lasciato che me la cavassi da solo. Te ne sei andato e mi hai lasciato, come un coglione, a cercare di cavarmela dinanzi a quella P38.
Una sorpresa: lo ritrovo più duro di come l'ho lasciato. E anche scortese, ma ha ragione: mi ero illuso di essere autosufficiente e di poter fare a meno di lui. Ma non sono io quello che conta, quello che può fare o disfare. No, il protagonista è lui, Sarti Antonio, sergente. O ispettore, fate voi, come vi piace.
Per come l'ho ritrovato, da come mi tratta e con l'opinione che si è fatta del sottoscritto, è tempo perso chiedere spiegazioni su quel giorno nell'appartamento di Irene, su John Smith, sulla P38 e sul colpo di pistola che ho inteso mentre lo lasciavo e che avrebbe dovuto ucciderlo. Se mi interessa, dovrò arrivarci da solo, magari mettendo assieme pezzi dei discorsi di Sarti Antonio, di Rosas, di Felice Cantoni-Iaccarino...
Iaccarino: ecco un altro al quale hanno cambiato i connotati. Chissà perché?
Oppure, per sapere, dovrò attendere che gli passi e, se ancora lo conosco, accadrà presto: Sarti Antonio, sergente, non è uno che se la lega al dito. Non con gli amici. (Loriano Macchiavelli - La ghironda dagli occhi azzurri, in Sarti Antonio, un poliziotto una città)

09/01/2007, ore 19:41

Ci rimango male: Sarti Antonio, sergente, sorride dal piccolo schermo e fa il divo e spiega agli spettatori questo e quello. Non dovrebbe essere lì! L'ho lasciato nell'appartamento di Irene, dinanzi alla canna di una pistola e sapevo, ero certo che John Smith avrebbe tirato il grilletto. Me ne sono andato per non assistere alla sua fine.
«Quel colpo di pistola! Io l'ho inteso».
L'ho lasciato in compagnia dell'americano di New York e di una P38 puntata alla fronte e ho pianto la fine di un personaggio al quale ero affezionato per consuetudine e lunga comunione.
«Quel colpo di pistola! Io l'ho inteso».
Me ne sono andato con la certezza che non lo avrei più incontrato. E mentre scendevo le scale, un colpo di pistola, secco e violento.
Un corpo scaraventato contro la parete dall'impatto con una pallottola che avrebbe spezzato in due il tronco di un querciolo; il capo spappolato come un cocomero maturo colpito da una bastonata. Questo ero certo che avrei veduto se fossi rimasto nell'appartamento di Irene. E non ne ho avuto il cuore.
La fine di un personaggio con il quale avevo percorso un buon tratto di strada.
Era andata così. Doveva essere andata così! Lo avevo letto nello sguardo deciso di John Smith. Deciso com'è deciso John Wayne quando sta per ammazzare quello che ritiene il cattivo. E' il drammatico che c'è nel cinema: per l'eternità John Wayne continuerà a uccidere il cattivo. Anche se John Wayne è morto da un pezzo. E chi sia il cattivo da ammazzare, lo ha deciso lui. Insindacabilmente.
Così, nella sua logica perversa, John Smith aveva stabilito che Sarti Antonio, sergente, era il cattivo e quindi doveva morire.
John Wayne non ha mai abbassato la pistola e la giustizia continua il suo corso. Nel cinema. E io non posso farci nulla, anche se nella mia di logica, il cattivo è lui, John Wayne. Nel caso che mi interessa, John Smith.
Mi sono rattristato prima del tempo e senza ragione: Sarti Antonio, sergente, mi sorride dallo schermo televisivo e spiega, spiega... A me dovrà semplicemente spiegare cos'è accaduto nell'appartamento di Irene; dovrà raccontarmi del colpo di pistola che ho inteso mentre me ne andavo; dovrà dirmi dov'è finito il proiettile e che ne è stato di John Smith e perché adesso lo chiamano "ispettore". Per me è e resta "sergente" e, dal momento che me lo ritrovo tra i piedi, tanto vale che mi ci rimetta dietro. Se non lo faccio io, lo farà qualcun altro. E certamente peggio di come lo farò io. [continua] (Loriano Macchiavelli - La ghironda dagli occhi azzurri, in Sarti Antonio, un poliziotto una città)